ll napoletano è, per diritto divino e di nascita, non surrealista ma extrareale

Viaggio nel tempo di Antonio Nunziante è il titolo più adatto che questo pittore napoletano ha dato ad alcune delle sue opere recenti. Lo ha dato, consapevole forse, con intuito di sicuro, per tre diversi motivi. Il primo, innegabilmente il più attraente per l’antropologo  culturale, è quello che si riferisce alla sua origine napoletana. Chi nasce là non può estraniarsi dalle condizioni storiche che lo plasmano, non può non sentirsi per un certo verso greco, e poiché della pittura greca antica non sappiamo nulla, non può che tentare di inventarsela riprendendo le storie che la letteratura d’allora ha voluto trasmettere. L’artista antico è stretto e costretto nella visione che la filosofia ci ha trasmesso: è vincolato alla mimesi, alla necessità di restituire non tanto la realtà ma l’idea che della realtà è fonte e dalla quale il pensiero è vincolato.

 

A Napoli si è greci e platonici comunque. E l’idea che sovrasta costantemente la psiche creativa è quella d’una antichità incombente che risorge costantemente, che è viva ben al di là di ogni voglia di citazione. Quando Winckelmann fece il suo viaggio a Paestum, andava sù a vedere e censire i ruderi del passato, ma nella sua mente romantica e moderna era attratto in modo inarrestabile dalla voglia di trovare ciò che del passato era vivo ancora, la famosa rosa di Paestum e le acque nelle quali si abbeveravanoi tori degli dei. Poco importa che essendo egli polacco abbia confuso la rosa con l’oleandro; ma l’oleandro era cos. diverso dalle rose estive polacche da poter sembrare veramente il fiore d’una antichità tuttora viva. E poco pure importava che le bufale che trovava negli acquitrini fossero appena state importate dalla monarchia borbonica; per lui, abituato a vedere pacifiche vacche nell’Europa settentrionale, quelle erano le dirette discendenti dei tori di Minosse il Cretese e del terribile Minotauro. Ed ecco perché dinnanzi ai templi dell’antichità, spenta nei propri ruderi, appare nei dipinti di Nunziante la rosa e la tavolozza che la vuol ritrarre.


L’altro motivo . forse riservato solo a chi conosce e frequenta il cromatismo partenopeo, quello che decora le stanze dei palazzi con le policromie delle tempere che la riscoperta settecentesca di Ercolano e Pompei resero talmente naturali da farle sembrare presenti per sopravvivenza e non per ispirata citazione. Gusto quello delle tempere che fu talmente pregnante da far nascere una sequenza di generazioni fra i pittori paesaggisti che restituivano
alla curiosità del viaggiatore in Italia la memoria d’una luce che altrove non esisteva.
Il terzo motivo della pittura di Nunziante è esistenziale, è totalmente esistenziale, lo è a tal punto da essere sostegno unico e possibile della sopravvivenza dell’anima in quella parte benedetta e maledetta al contempo del golfo piùaffascinante del Mediterraneo. A Napoli si vive soltanto negando la meccanica della storia e assorbendo in modo barocco la ciclicità degli eventi che fu scoperta dal più fine dei filosofi locali, quel Giambattista Vico che il mondo di oggi troppo spesso vorrebbe ignorare. La storia è tonda e non tonta, lo percepì pure Nietzsche e lo insegnò col mistero dei suoi scritti ai fratelli Dioscuri della Metafisica.

Napoli è l’unica città che legittimò la non appartenenza alla modernità, in una esaltazione sublime, già nella pittura di Mancini e nella scultura di Gemito. Mentre l’Europa intera rincorreva le onde delle avanguardie, questi due vaticinatori dalla barba lunga e bianca decisero una strada loro propria, che poteva allora apparire fuori contesto, ma che la storia successiva si trovò obbligata a recepire, a sancire e ad applaudire. Quella strada prevedeva, nel fosco dì del secolo morente, che il secolo stesso non esistesse se non come ritorno d’un eterno presente.


Infine, ricordatevelo, il napoletano è, per diritto divino e di nascita, non surrealista ma extrareale. E se ritrovate in Antonio Nunziante citazioni che potrebbero riportare a Magritte, a Dalì o ai fratelli De Chirico, ebbene, è solo perché questi in fondo all’anima avevano un sedime napoletano, ma non ne erano al corrente. Nessuno glielo aveva ricordato.
Non sempre l’arte è informata; talvolta è deformata, quanto lo è il capriccio sperimentale della sua storia.

Philippe Daverio

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